Carissimi amici, in questo post ho deciso che non parlerò di scienza, ma vi proporrò eccezionalmente una breve riflessione personale. Un tributo, frutto della mia riconoscenza nei riguardi di un piccolo borgo, che non mi ha visto nascere per la banale circostanza che lì non c’era l’ospedale. Mi ha visto però crescere fino all’età di 12 anni, quando mi sono allontanato temporaneamente prima e definitivamente poi. Buona parte di quello che io ora sono (nel bene e nel male) deriva dagli insegnamenti che ho ricavato dalla semplice osservazione della vita che lì si conduceva, e dalla gente semplice e schietta che mi circondava.
Fossato Jonico, questo è il nome del borgo, rappresenta le radici alle quali sono orgogliosamente legato e dalle quali, nonostante io abbia girato il mondo, non riuscirò mai a staccarmi. Curiosamente i miei viaggi mi hanno insegnato che, in fin dei conti, tutto il mondo è paese e che molti dei personaggi che ho conosciuto a Fossato durante la mia infanzia, e che hanno contribuito alla mia formazione umana e culturale, li ho anche incontrati - sebbene con fattezze somatiche e lingue diverse - in altre parti del mondo molto lontane.
La Statale Jonica 106 inizia a Reggio Calabria e finisce a Taranto, dopo circa 400 chilometri di percorso che, a tratti attraversa il centro storico di molti paesi della costiera e a tratti attraverso (poche) varianti, li bypassa.
Dopo circa 30 chilometri da Reggio Calabria, la 106 incrocia la strada provinciale 22 che, lasciato il mare, si inerpica attraverso le colline verso i contrafforti dell’Aspromonte, per raggiungere Fossato a circa 650 metri sul livello del mare, dopo circa 15 chilometri di un percorso che si snoda attraverso un numero interminabile di curve, controcurve e tornanti. Curve che si sarebbero potute evitare mediante la costruzione di qualche viadotto e alcune gallerie, oggigiorno molto usati nella progettazione della viabilità, ma all’epoca della costruzione della provinciale 22 non sono state prese considerazione, per ignoranza o per i costi ritenuti troppo elevati. Lo stato di quella viabilità è responsabile, in buona parte, dell’arretratezza che ha da sempre caratterizzato i paesi circostanti e tutta la vallata. Il manto stradale è degradato a causa del terreno franoso che la strada attraversa per alcuni chilometri. In molti punti anche i bordi stradali, non opportunamente supportati da muri di contenimento, sono soggetti a frane periodiche, che ostruiscono la carreggiata e che per l’incuria delle autorità provinciali e/o mancanza di fondi, ostacolano per lungo tempo, soprattutto nella stagione invernale, il traffico locale.
Alla fine di questo percorso si giunge a Fossato, un borgo dalle origini (si presume) settecentesche, quando è iniziato verosimilmente il trasferimento degli abitanti, che prima vivevano sparsi nei casolari delle campagne circostanti e che progressivamente decisero di inurbarsi. L’urbanizzazione voleva dire speranza di vita migliore. Ha consentito di socializzare, disporre di un ufficio postale, un municipio, un medico, una farmacia, la chiesa e successivamente l’acqua corrente in casa. Arrivò persino l’elettricità, attraverso lo spirito imprenditoriale di un ricco signore del luogo, che investì parte dei suoi averi nella costruzione di una piccola condotta forzata che portava l’acqua da una sorgente collinare giù in paese, dove aveva fatto sistemare una turbina per la produzione dl energia idroelettrica. Quell’opera illuminò, fino all’arrivo dell’Enel, le vie del borgo e le case (poche) di coloro i quali se lo potevano permettere. Tutte cose alle quali noi adesso non prestiamo attenzione, ma che in quei luoghi e in quelle condizioni divenivano essenziali.
Il borgo si snoda in lunghezza in una sorta di fossato fra le colline (da qui il nome) e due torrenti quasi sempre in secca. La zona dell’insediamento è stata selezionata accuratamente dai primi abitanti che, pur non avendo nozioni di geologia, scelsero bene il luogo, visto che le case, pur essendo in buona parte addossate alla collina, non sono state mai soggette a frane o smottamenti.
Nel corso degli anni che coprono il ‘900, il borgo arrivò ad avere un numero di abitanti vicino alle migliaia. C’erano l’asilo e le scuole elementari, sebbene le aule fossero sparse per il borgo in locali presi in affitto da privati. Ai tempi della mia infanzia non c’era ancora la scuola media e io e i miei compagni, che siamo stati i primi di una generazione che superava la licenza elementare, abbiamo frequentato la scuola media a Melito Porto Salvo, una cittadina rivierasca a 20 chilometri dal borgo, con viaggio andata e ritorno. Partenza alle 7.00 e ritorno alle 14.00, mediante un bus pagato dalle famiglie. In tempi successivi arrivarono anche le scuole medie, ma sopravvissero pochi decenni, perché dopo gli anni ’70 del secolo scorso Fossato subì un progressivo spopolamento, non per il calo della natalità, ma per il trasferimento di molti dei residenti nei paesi in riva al mare. Il numero attuale degli abitanti supera a stento le 300 anime ed è costituito per la maggior parte da anziani. Le scuole elementari sono state in parte chiuse e/o accorpate in classi multiple, per mancanza di studenti. Il cimitero è il luogo più abitato del borgo. Subisce continui allargamenti per ospitare chi non c’è più, anche in considerazione del fatto che, non essendoci un piano preordinato per la rimozione e raccolta dei resti umani, le tombe nuove si sommano alle vecchie.
Le cause dello spopolamento del borgo sono molteplici. Il lavoro in agricoltura, che aveva conosciuto il suo boom negli anni dell’immediato dopoguerra e che aveva il suo cardine nella produzione dell’olio di oliva, è stato progressivamente abbandonato o fortemente ridimensionato. È ritenuto faticoso e poco redditizio, anche a causa della cronica incapacità dei paesani di fare impresa cooperativa, da sempre spina nel fianco delle popolazioni locali, tradizionalmente sospettosi del prossimo e arroccati a difendere la propria “robba” di Verghiana memoria. La cooperazione avrebbe consentito uno sfruttamento ottimale delle risorse, mentre il piccolo produttore è incapace di distribuire il suo prodotto, anche se di ottima qualità. Il fiore all’occhiello dell’economia agricola ai tempi della mia infanzia era, oltre all’olio di oliva, la coltivazione degli ortaggi e della frutta, che sfamavano il paese mentre il surplus era destinato alla vendita all’ingrosso nei mercati di Reggio Calabria. Oggi la frutta e la verdura gli abitanti di quei luoghi la comprano al supermercato, e i campi, una volta coltivati e rigogliosi, restano desolatamente incolti. Si preferisce il lavoro nei servizi: edilizia, piccolo commercio, impiego pubblico e artigianato. Buona parte del lavoro è sommerso e i diritti di chi lavora poco conosciuti e rispettati. L’industria non ebbe mai fortuna, a causa dell’incuria dei politici e amministratori locali. Le poche iniziative che furono tentate con i contributi dello stato e che sembravano fortemente innovative, come lo stabilimento per la sintesi di proteine per la produzione di mangimi per l’alimentazione animale, non hanno mai prodotto nulla. I pochi dipendenti assunti prima dell’inizio della produzione furono collocati in cassa integrazione prima ancora di iniziare a lavorare, e vi rimasero in parte fino alla pensione. Gli stabilimenti che ospitavano i reattori fra i più moderni dell’epoca, importati dal Giappone, sono adesso cattedrali nel deserto. In alcuni casi hanno anche devastato tratti di litorale che erano spiagge bellissime. Mare apparentemente pulito, ma certamente inquinato dai colibatteri per la mancanza di sistemi di depurazione degli scarichi fognari. Le costruzioni nei paesi rivieraschi si sono susseguite molto spesso senza un piano regolatore, a volte abusive, e spesso a ridosso del bagnasciuga con gli inevitabili disagi durante la stagione invernale, quando le mareggiate causano allagamenti.
Curiosamente gli insediamenti sulle coste calabresi, se si escludono le grandi città, hanno origini piuttosto recenti (secolo XIX), perché in passato le zone costiere subivano le scorribande dei Saraceni e, quindi, le popolazioni preferivano vivere arroccate sulle colline ai contrafforti dell’Aspromonte, dove era più facile difendersi. Esempi classici sono Pentadattilo, borgo storico, costruito sotto una roccia a forma di mano (da qui il nome) che lo proteggeva dagli assedianti, e ancora Bova Superiore, borgo interamente restaurato, e Chorio di Roghudi, abbandonato negli anni ’50 del secolo scorso, con gli abitanti rilocati in un nuovo paese sul mare. Roghudi, essendo situato alla sommità di un colle fra due torrenti, è stato dalle autorità (che forse avevano anche qualche interesse elettorale) considerato pericoloso, a causa dell’erosione operata dalle piene che scendevano dall’Aspromonte. Avevano torto! Roghudi è ancora lì. Un borgo spettrale ancora integro, con le case che ostinatamente resistono a dispetto della previsione degli uomini e delle piene dei torrenti. Alcune case hanno ancora i mobili all’interno, e con un po' di fantasia io ci vedo ancora gli abitanti. Il bar ha persino il bancone, e l’ufficio postale e il posto telefonico pubblico, che non ci sono più, hanno ancora l’insegna sulla porta. Non posso fare a meno di rivisitarlo e di emozionarmi davanti a tanta storia tutte le volte che ne ho la possibilità.
Mi chiedo spesso quale siano le ragioni di tanto abbandono del borgo nel quale sono cresciuto. Fra le tante amo pensare che sia la strada statale 22 ad avere, se non in tutto almeno in parte, contribuito al degrado progressivo di Fossato. La strada arriva e muore a Fossato. Lo sbocco per l’altopiano, che sovrasta il borgo e che si estende per chilometri fino a raggiungere la cima dell’Aspromonte, era previsto, ma si è interrotto, fatto salvo per una strada, spesso in terra battuta, che può essere percorsa solo da automezzi attrezzati per il fuoristrada. Questo stato di cose determina che per Fossato non si “passa casualmente”, ma si deve “andare di proposito”. Una situazione che limita enormemente lo sviluppo e lo scambio, scoraggiando le interazioni sociali e la crescita economica e culturale. I borghi attraversati da strade di collegamento crescono più in fretta e con un tessuto sociale multiculturale, mentre quelli isolati restano indietro nello sviluppo, fino al completo abbandono.
Quali le soluzioni per Fossato e altri borghi similari? Completare la strada provinciale 22 che collegherebbe il mare all’altopiano, facendo sì che per Fossato si possa “passare” e non sia obbligatorio “andarci di proposito”. Oltretutto, questo porterebbe anche alla valorizzazione dell’altopiano di Embrisi. Posto bellissimo, dal quale si può godere la vista di tutto lo Stretto e nelle giornate limpide della Sicilia. Censire le case del borgo, individuando quelle abbandonate dai proprietari, che magari vivono in Australia o in America. Mettere in vendita/donazione - a cifre simboliche di pochi euro, ma con l’obbligo di ristrutturazione - le costruzioni cadenti, oggi ridotte a topaie e ricettacolo di rifiuti. Impegno dell’amministrazione comunale di assicurare, beninteso con il contributo dei residenti, le forniture dei servizi essenziali (acqua, gas, servizio fognario, raccolta dei rifiuti e cablaggio internet). Tutto ciò è stato realizzato in altri luoghi, non lontani e simili per tradizione e storia, e quindi significa che sia riproducibile anche a Fossato, o quantomeno varrebbe la pena di prenderlo in considerazione, piuttosto che attendere un degrado irreversibile. Il borgo rifiorirebbe e molte persone, anche stranieri, potrebbero decidere di investire in un posto nel quale è possibile passare nello spazio di 20 chilometri dal mare alla montagna. L’aeroporto di Reggio Calabria, collegato con voli diretti da Milano e Roma è a 40 chilometri. Il borgo è un luogo tranquillo, dove le giornate estive non sono molto calde e le notti tiepide. Si dorme senza rumori e senza aria condizionata, e dove la gente, anche se sconosciuta, si saluta quando si incontra per strada.
Auspico che le mie figlie, unitamente ai miei nipoti, che erediteranno la casa dei nostri vecchi, la frequentino per quello che possono, provvedano ai lavori di manutenzione e, se non se lo potranno permettere, che la donino a titolo gratuito con il solo obbligo di mantenerla nel tempo. Alle autorità comunali suggerisco caldamente di provare a passare alla storia, tentando e possibilmente portando a termine l’operazione di salvataggio del borgo. Infine, un affettuoso ringraziamento a tutti i miei lettori per avere speso parte del loro tempo per leggere questo mio post.
armando.tripodi@unimi.it
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