Armando Tripodi

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Autore: Armando Tripodi
28/02/2025
Disfibrinogenemia

Il fibrinogeno è, in ordine temporale, l’ultimo dei fattori plasmatici ad intervenire nel processo ordinato, che porta alla coagulazione del sangue e all’arresto dell’emorragia. È una proteina solubile ed è trasformata, mediante proteolisi, mediata dalla trombina, in fibrina insolubile, la quale è, a sua volta, stabilizzata dal fattore XIII attivato e può così arrestare l’emorragia. Il fibrinogeno è presente nel plasma in concentrazioni piuttosto rilevanti (fino a 350 mg/dL in condizioni normali). La quantità di fibrinogeno circolante nel sangue può aumentare in maniera considerevole (iper-fibrinogenemia, ad es. nello stato infiammatorio), ed è spesso associata ad un aumentato rischio di trombosi arteriosa, soprattutto quando si presenta in associazione con altri fattori di rischio circostanziali (fumo, ipertensione, diabete, dislipidemie, ecc.) ma può anche diminuire. Le carenze di fibrinogeno si possono schematicamente dividere in due categorie: le ipo-fibrinogenemie (difetto di sintesi), nelle quali per motivi congeniti o acquisiti la sintesi del fibrinogeno è ridotta e le disfibrinogenemie, caratterizzate da una produzione di fibrinogeno con normale concentrazione, ma strutturalmente abnorme, a causa di mutazioni geniche che comportano sostituzione di amminoacidi nella molecola e che si traducono in un difetto di funzione. Classicamente le disfibrinogenemie congenite si trasmettono ereditariamente con tratto autosomico recessivo.

Caratteristiche cliniche della disfibrinogenemia. La disfibrinogenemia è una condizione molto rara nella popolazione generale. Quando presente, può essere (nella maggior parte dei casi) asintomatica e viene scoperta del tutto casualmente in occasione dell’esecuzione di test di screening per la coagulazione. In questi casi il paziente vive una vita normale e difficilmente svilupperà eventi clinici rilevanti. In taluni casi (abbastanza rati), la disfibrinogenemia può associarsi ad eventi emorragici, ma anche (paradossalmente) ad eventi trombotici, arteriosi o venosi, a volte di entità considerevole.

Diagnosi. La diagnosi della disfibrinogenemia si avvale del laboratorio. Il paziente con sospetto di disfibrinogenemia è sottoposto ad esami specifici, relativamente semplici, quali il test funzionale di Clauss, che consiste nella esposizione del plasma alla trombina e la determinazione del tempo di coagulazione della miscela. Una curva di taratura, eseguita con diluizioni di uno standard di fibrinogeno, consente di estrapolare la concentrazione presente nel plasma del paziente. Nella disfibrinogenemia la misura di Clauss risulta ridotta. Per completare l’iter diagnostico è, però, necessario eseguire un secondo test. Si tratta di un test immuno-chimico. In questo test il plasma è esposto all’azione di un anticorpo anti-fibrinogeno. Si forma così un complesso antigene-anticorpo, la cui concentrazione, in adatte condizioni sperimentali, è proporzionale alla quantità di fibrinogeno presente nel plasma del paziente. Nella disfibrinogenemia, la misura immuno-chimica del fibrinogeno risulta normale o, a volte, (paradossalmente) aumentata. In buona sostanza, la diagnosi di laboratorio della disfibrinogenemia è definita dalla discrepanza fra l’attività funzionale (metodo di Clauss), che è ridotta a fronte di una concentrazione della proteina (metodo immuno-chimico) normale. A seguire, la diagnosi può essere completata, studiando il gene per identificare la mutazione responsabile.

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